Le ferie dovrebbero lasciarci riposati, pieni di energia e pronti a ripartire. Eppure, per molte persone, succede esattamente il contrario.
Gli ultimi giorni di vacanza sono accompagnati da una sottile inquietudine. Il pensiero della casella e-mail piena, delle riunioni, delle responsabilità e della routine quotidiana inizia a occupare spazio nella mente ancora prima del rientro.
Quella sensazione ha un nome: ansia da rientro.
La buona notizia è che non significa che ci sia qualcosa che non va in te. È una risposta che coinvolge il nostro sistema nervoso e il modo in cui affronta i cambiamenti.
I sintomi più comuni dell’ansia da rientro
L’ansia da rientro può manifestarsi in modi diversi.
Tra i segnali più frequenti troviamo:
- difficoltà ad addormentarsi o sonno poco ristoratore;
- irritabilità;
- mente costantemente occupata dai pensieri sul lavoro;
- difficoltà di concentrazione;
- tensione muscolare;
- sensazione di sopraffazione già prima del primo giorno.
Questi sintomi non sono necessariamente indice di un problema più serio.
Spesso rappresentano il modo in cui il nostro organismo reagisce a un cambiamento improvviso di ritmo. La domanda quindi è: cosa possiamo fare?
Non possiamo eliminare completamente lo stress. Possiamo però aiutare il nostro sistema nervoso ad affrontare la transizione in modo più graduale.
Cosa possiamo fare, dal punto di vista del sistema nervoso?
Non possiamo eliminare completamente lo stress, né sarebbe utile farlo. Possiamo però lavorare sui meccanismi attraverso cui il cervello interpreta il cambiamento e modula la propria risposta.
- Lavora sulla predittività, non solo sull’organizzazione
Il cervello funziona come un sistema predittivo: anticipa continuamente ciò che accadrà e confronta le proprie previsioni con le informazioni che riceve. Dopo le ferie, il ritorno improvviso a ritmi, richieste e stimoli differenti aumenta il prediction error. Reintrodurre progressivamente alcuni elementi della routine aiuta il cervello ad aggiornare i propri modelli interni senza mantenere un’eccessiva richiesta adattiva. - Intervieni sulla neurocezione, non soltanto sui pensieri
Possiamo sapere razionalmente di essere al sicuro e avere comunque un sistema nervoso in allerta. La Teoria Polivagale descrive attraverso il concetto di neurocezione il modo in cui il sistema nervoso rileva automaticamente segnali di sicurezza o minaccia. Voce, ritmo, ambiente, relazioni e prevedibilità diventano quindi informazioni fisiologiche capaci di influenzare lo stato autonomico, prima ancora della nostra valutazione cosciente. Come lavorarci? Creando intenzionalmente piccoli segnali di sicurezza: rallentare il ritmo, ridurre gli stimoli quando ci sentiamo sovraccarichi, cercare il contatto con persone con cui ci sentiamo a nostro agio e rendere più prevedibili alcuni momenti della giornata. Non si tratta di “convincersi” di essere tranquilli, ma di aiutare il corpo a percepirlo.
- Trasforma la risposta allo stress da difensiva ad adattiva
Lo stesso aumento dell’attivazione può essere elaborato dal cervello come minaccia oppure come sfida affrontabile. Nel secondo caso parliamo di eustress: l’attivazione può sostenere attenzione, motivazione e adattamento. Il lavoro non consiste quindi nel “calmarsi” a tutti i costi, ma nell’aumentare la capacità del sistema di modulare la risposta in funzione del contesto. Nel concreto, significa non cercare di eliminare ogni situazione stressante. Affrontare sfide proporzionate alle nostre risorse può allenare il sistema nervoso ad adattarsi, sperimentare competenza e ampliare progressivamente la capacità di gestire l’attivazione.
- Allena le transizioni tra gli stati, non uno stato di calma permanente
La regolazione non significa restare sempre rilassati. Un sistema nervoso adattivo deve sapersi attivare quando serve e, soprattutto, riuscire a ridurre l’attivazione quando la richiesta termina. È questa flessibilità autonomica, cioè la capacità di transitare tra differenti stati fisiologici senza rimanere bloccati nell’iperattivazione o nel ritiro, che diventa centrale nel lavoro di Neurotraining.
Quando il rientro diventa un’informazione sul nostro funzionamento
Se la tensione non si riduce dopo i primi giorni, oppure comincia a interferire con sonno, concentrazione, energia o relazioni, può essere utile non considerarla semplicemente come qualcosa da “gestire”.
Può diventare un’informazione su come il sistema nervoso sta rispondendo alle richieste dell’ambiente.
È qui che il mio lavoro diventa più specifico.
Attraverso Neuro Active Coaching e Neurotraining integro strumenti differenti che lavorano su livelli complementari: il Neurofeedback dinamico non lineare per sostenere i processi di autoregolazione del cervello, i Protocolli di Porges per lavorare sulla regolazione autonomica e sulla percezione di sicurezza, e il coaching per riconoscere pattern, definire nuovi obiettivi e tradurre il cambiamento in strategie applicabili alla quotidianità.
L’obiettivo non è portare il sistema nervoso in uno stato permanente di calma. Sarebbe poco realistico e, soprattutto, poco funzionale.
L’obiettivo è aumentarne la capacità adattiva: attivarsi quando la situazione lo richiede, recuperare quando la richiesta termina e utilizzare anche l’attivazione dello stress in modo funzionale.
È qui che torna il concetto di eustress. Non tutto ciò che ci attiva rappresenta una minaccia: una nuova responsabilità, un obiettivo professionale o il rientro stesso possono generare un’attivazione che sostiene motivazione, attenzione e apprendimento. La differenza sta nella capacità del sistema nervoso di modulare quella risposta senza rimanerne sopraffatto.
Perché regolazione non significa assenza di stress. Significa flessibilità nella risposta.
Scrivimi per una consulenza:
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